Affido: tutto quello che c’è da sapere

L'affido dovrebbe durare due anni, ma in più di metà dei casi si proroga sine die, fino alla maggiore età dei ragazzi. Ma così, sostiene una mamma in un libro, cambia la natura del progetto. A 40 anni dalla legge, e a quattro dal caso Bibbiano, facciamo il punto su cosa significa essere genitori e figli (in teoria) a tempo. E quali sono le ultime criticità

L'affido dovrebbe durare due anni, ma in più di metà dei casi si proroga sine die, fino alla maggiore età dei ragazzi. Ma così, sostiene una mamma in un libro, cambia la natura del progetto. A 40 anni dalla legge, e a quattro dal caso Bibbiano, facciamo il punto su cosa significa essere genitori e figli (in teoria) a tempo. E quali sono le ultime criticità

 

Affido: tutto quello che c'è da sapere (iodonna.it)

 

Alle 6 suona la sveglia, e Figlia 1, Figlia 2 e Figlia 3 si precipitano a contendersi l’unico bagno. La colazione è una battaglia, con il cane che raccatta le briciole e due ragazzine che si accapigliano. Quando finalmente escono tutti, la mamma tira un sospiro di sollievo.Forse avrà una mattinata per sé. Che illusione. Dopo qualche minuto arriva la prima telefonata della scuola.Poi,la seconda.Che cos’avranno combinato Nevrotic, LagnaContinua e Babbioncina? Inizia con la cronaca divertente di una mattinata qualunque Non ti ho chiesto di chiamarmi mamma (edizioni Lavoro e Avagliano editore), il libro in cui Karin Falconi, counselor e socia fondatrice dell’associazione M’ aMA-Dalla parte dei bambini,r acconta l’esperienza di una madre che ha in affido due sorelle adolescenti, oltre che essere madre biologica di una ragazzina.

Parte dalla scelta di voler dare una casa provvisoria a chi non può più stare nella propria, e prosegue alternando aneddoti di vita e ostacoli: una burocrazia da Paleozoico, la latitanza degli assistenti sociali e del tutore, le ore al telefono. E soprattutto il prolungamento dell’affido, che dovrebbe durare due anni e invece diventa sine die, senza scadenza. Ma nonostante la fuga imprevista di amici e conoscenti, la fine dell’intimità di coppia e l’altalena di amore/gelosia della figlia biologica,la nuova famiglia raggiunge un suo equilibrio ed è felice.

 

Aumentano i minori in comunità

L’affido familiare è stato istituito dalla legge 184 del 1983: «Il minore che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo può essere affidato ad un’altra famiglia, possibilmente con figli minori, o a una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare, al fine di assicurargli il mantenimento, l’educazione e l’istruzione» si dice.Tutti possono candidarsi come affidatari: coppie sposate o conviventi, etero e omosessuali, single, senza limiti d’età.Secondo il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, i minori in affido nel 2020 erano 12.815, un numero costante nel tempo.

«Il 61 per cento del totale resta in affido più dei due anni previsti, il 39 oltre i quattro» sottolinea Paola Ricchiardi, docente di Pedagogia sperimentale all’università di Torino. Si tratta del cosiddetto ” sine die “, non contemplato dalla legge: significa rimanere nella stessa famiglia fino ai 18 anni, o ai 21 con il prosieguo amministrativo. Succede in genere se non ci sono le condizioni per il rientro,la famiglia affidataria funziona e il minore non vuole muoversi. Un bene, per i ragazzi? «Diversi studi evidenziano che l’accoglienza prolungata può agire da fattore protettivo, insieme alla tempestività dell’intervento, e favorire la riuscita scolastica» sostiene la docente.Ma,ribatte Karin Falconi,«la durata eccessiva snatura l’istituto,altera i rapporti,fa sì che il minore perda il senso d’appartenenza.Se il fine è il rientro,con il sine die si fallisce l’obiettivo».

 

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Da una parte, quindi, mantenere un ragazzino o una ragazzina a lungo nella stessa famiglia permette una stabilità,affettiva e scolastica,importante per chi non ne ha avuta.Dall’altra,significa anche «una deresponsabilizzazione», continua Falconi. «Dei 190 bambini e ragazzi che seguiamo come associazione,tutti casi complessi, nessuno è tornato nella famiglia d’origine, che non è stata seguita a sufficienza». L’affido, ricordiamo, non è un’adozione, ma un sostegno importante in una determinata fase della vita. Non si diventa “genitori di”,e per le decisioni importanti – un sacramento, un vaccino – saranno quelli biologici, se titolati, a firmare.

A quarant’anni da una legge giusta e coraggiosa,forse bisognerebbe fare il punto.Le famiglie sono cambiate,i bambini anche. Servirebbe rilanciare, perché di genitori affidatari c’è sempre più bisogno.«Fa riflettere un dato: mentre il numero dei minori in affido è costante,è cresciuto quello dei minori in comunità,che oggi è leggermente superiore» sottolinea la professoressa Ricchiardi.«Ed è grave, perché tutti gli studi dimostrano che, se un bambino non può vivere nella propria famiglia, sta meglio in un’altra piuttosto che in una struttura. Oggi c’è minore sensibilità rispetto all’accoglienza e il caso Bibbiano ha lasciato strascichi tremendi».

Tanto per ricordare: nel 2019 l’inchiesta Angeli e demoni su presunti affidi illeciti in provincia di Reggio Emilia suscitò un polverone politico e mediatico.Al centro dei sospetti lo psicoterapeuta Claudio Foti che però, pochi mesi fa, è stato assolto in appello.

«Non è vero, come si è detto sull’onda di Bibbiano, che lo Stato non deve entrare in una famiglia. Al contrario, il suo compito è proteggere i più fragili» è il parere di Lamberto Bertolé, assessore al Welfare del Comune di Milano, che ha organizzato una tre giorni per promuovere il servizio. «E ricordo che l’Italia è uno dei Paesi europei con il numero più basso di minorenni fuori dalla famiglia». A Milano nel primo semestre 2023 gli affidi in corso erano 304, tra i quali 40 nuovi. Più di metà dura meno di tre anni. Ogni famiglia riceve un contributo di 480 euro. Il punto non è tanto far crescere la domanda ma, secondo l’assessore, informare e formare. «L’affido è un percorso che crea un cambiamento profondo in una famiglia e va intrapreso con consapevolezza».

 

Affido: servono interventi più tempestivi

A Milano il servizio è rodato, va avanti con successo da 40 anni. Le famiglie aspiranti partecipano ad alcuni incontri prima con i servizi sociali, poi con il bambino o la bambina abbinati. È il Comune ad avere l’affido dal Tribunale, la famiglia ha la delega. Floriana e Andrea, che hanno una figlia adolescente, nel 2020 hanno accolto una bimba di sei anni, Chiara. «La madre non c’è e il padre, che lei vede ogni 15-20 giorni, da solo non ce la fa» dice Floriana. «Fin dall’inizio Chiara ci ha chiamato mamma e papà. I servizi sociali ci suggerivano di evitarlo, ma è stata lei a decidere. Non fa nessuna confusione, sa di avere due papà».

Da poco l’affido è diventato a tempo indeterminato: «Giusto,starà con noi fino a 18 anni, poi deciderà dove andare. Così come Giorgia, nostra figlia biologica. A casa troveranno entrambe sempre la porta aperta». Floriana racconta che la scelta è nata anche da un’esperienza personale: «Ho vissuto con mia nonna e credo che in alcuni casi uscire dal contesto familiare sia utile per la crescita. Con l’affido si pensa al qui e ora, non al dopo. È un dare senza aspettarsi niente in cambio, anche se questa bambina ogni giorno ci dà tanto».

 

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Chiara è stata fortunata: ha trovato una seconda famiglia accogliente già da piccola,sta costruendo un rapporto con il padre biologico, è ben seguita dai servizi. Non sempre è così. Tra i problemi di oggi c’è l’età dell’accoglienza, «che vede una prevalenza di adolescenti e preadolescenti: il 30 per cento ha 11-14 anni, il 28 tra i 15 e i 17» dice la professoressa Ricchiardi. «Con un affido tardivo le difficoltà – comportamentali e scolastiche – aumentano. Bisognerebbe intervenire con tempestività, fare prevenzione o altrimenti arrivare ad affidi consensuali, condivisi cioè con le famiglie biologiche. Più tardi si decide, peggio è».

 

L’emergenza dei minori stranieri non accompagnati

A queste criticità se ne aggiunge un’altra: l’arrivo dei minori stranieri non accompagnati (Msna).A Milano ce ne sono 1300 in carico ai servizi del Comune. Gli affidi? Irrisori, 35. Bertolé anticipa una novità: «Un accordo con i consolati dei Paesi dai quali arriva la maggior parte di loro – Egitto, Albania, Tunisia, Bangladesh – per un affido omoculturale, cioè all’interno delle comunità di provenienza». Speriamo che funzioni, anche perché, come dice Matteo Zappa, responsabile dell’Area minori di Caritas Ambrosiana, «il trend degli arrivi è in forte crescita, e bisognerebbe diversificare l’accoglienza».

I Msna sono maschi,hanno in genere 16-17 anni, l’affido «può essere un ponte per l’autonomia, completare il percorso scolastico,inserirsi nel lavoro».La Caritas Ambrosiana ne ha gestiti 16 in 5 anni, ora ne sono attivi 6. «Dei 16, alcuni si sono resi autonomi e hanno una casa propria. Accogliere un ragazzo di un’altra cultura richiede un grande sforzo; per questo, con il Comune di Milano,si fa un’accurata selezione.Non tutti sono adatti a entrare in famiglia.Sappiamo che questi affidi sono una goccia nel mare,ma possono avere una valenza simbolica importante». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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«L’affido di Naser è una scommessa, ci siamo buttati»

Giusi e Marco, avvocati milanesi, hanno preso in affido nel 2020 un minore straniero non accompagnato, oggi maggiorenne

«Naser ha iniziato il suo viaggio dal Bangladesh a 16 anni, da solo. È partito per aiutare la famiglia. Dopo un anno e mezzo è arrivato in Italia, e a Milano la polizia l’ha inviato in una comunità. Da noi è arrivato maggiorenne, ad agosto 2022: grazie al prosieguo amministrativo potrà restare fino ai 21. Io e il mio compagno siamo avvocati, senza figli. Sentivamo l’esigenza di fare qualcosa per i ragazzi che fuggono dalla guerra o dalla povertà. Dopo aver visto in tv uno speciale sulla rotta balcanica, ci siamo iscritti a un corso della Caritas Ambrosiana per aspiranti affidatari. Ci avevano detto di prepararci a un ragazzo sui 16-17 anni, così quando ci hanno proposto Naser abbiamo pensato: è già grande e starà con noi poco, difficile costruire un percorso. Ma è stato un attimo: abbiamo accettato senza riserve.

Naser parla poco, quando è arrivato aveva già una borsa lavoro presso un ristorante italiano, ora ha un contratto da apprendistato come aiuto cuoco. Speriamo che lo assumano perché se lo merita, è un gran lavoratore. Oggi posso dire che l’impegno è tanto, l’entusiasmo anche. Bisogna mettersi sempre in discussione, non dare nulla per scontato. Credevo che a Naser piacesse la cucina italiana, e nei primi tempi mi davo da fare. Poi mi sono accorta che per lui casa significa preparare le specialità del suo Paese. Più difficile è fargli capire che possiamo aiutarlo con l’inserimento; per esempio, non riuscivamo a convincerlo dell’utilità di scrivere un cv. Naser e gli altri come lui sono adulti senza essere mai stati ragazzi. L’affido dei minori stranieri è una scommessa. Bisogna buttarsi, e noi ci siamo buttati». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 «Siamo Dad 1 e Dad 2»

Andrea e Marcello, veneti, da 4 anni hanno in casa Silvia. All’inizio non è stato facile. Perché nessuno li ha aiutati

«Avevamo già avuto in affido per sei mesi una ragazza quasi maggiorenne. Ci hanno ricontattati per Silvia, 11 anni, che veniva da anni di sballottamenti tra comunità e famiglie provvisorie. I suoi genitori non potevano, e non possono tuttora, badare a lei. Alle elementari non era quasi mai andata e non ce lo avevano detto, aveva forti lacune e all’inizio non si fidava. È stata davvero tosta. Da noi, in Veneto, per gli affidi non è referente il Comune ma la Asl, che però non ci ha dato nessun aiuto. Siamo stati lasciati soli, con una ragazzina dal vissuto complicato.

Per fortuna siamo riusciti a fare un gran lavoro con la scuola e la situazione è molto migliorata. Il fatto che fossimo una coppia di maschi non ha mai avuto importanza, né per lei, né per i compagni e le altre famiglie. Oggi Silvia incontra i genitori ogni mese e mezzo. In Tribunale ha chiesto di restare con noi, e ora abbiamo l’affido sine die. Ci chiama con i nostri nomi, ma in un compito di inglese ci ha definito Dad 1 e Dad 2. Che cosa manca? Un supporto. E un controllo sulle case famiglia, dove gli operatori cambiano in continuazione e non hanno le stesse attenzioni di un genitore, anche se affidatario».

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