"Mi chiedo cosa significhi per te la parola PRESTO"


Dicembre 2017. Solita mattina al lavoro. Intervallo. Squilla il telefono...
Caro Giudice, eri tu che mi chiamavi per chiedere se io e mio marito fossimo disponibili ad accogliere una neonata affetta da una sindrome genetica.
Chiusi il telefono, le gambe non mi reggevano. Chiamai subito mio marito. Ti ricontattammo per dirti di sì e ci fissasti il primo colloquio in Tribunale per i minorenni.

 

Ricordo che per tutto il viaggio non chiusi occhio per l’euforia. Arrivò il momento di conoscerci. Dopo il colloquio ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti presto.

 

Caro Giudice, ancora oggi io mi chiedo cosa significhi per te la parola “presto” visto che la nostra piccola, che al momento del nostro incontro aveva appena quattro mesi, ha dovuto trascorrere ulteriori tre mesi in comunità, lontana dall’affetto e dal calore di una vera famiglia.

 

Caro Giudice, noi ti dovremmo essere grati per averci dato la possibilità di diventare genitori, però, ti prego, lasciamelo proprio dire: in tutto il periodo di affidamento preadottivo ci siamo sentiti davvero soli ed abbandonati, in balia di tutori per i quali nostra figlia è stata solo un numero, un fascicolo da rispolverare ogni tanto, quando e se si ricordavano.

 

Anche le più ordinarie procedure per noi sono state un calvario. E nemmeno adesso, anche se TU hai decretato la definitiva adozione di nostra figlia, le cose non sono cambiate perché la residenza non è da noi ed io non posso usufruire dei permessi per la 104 ogni volta che dobbiamo portare la bambina presso l’ospedale che la tiene in cura da quando è nata.

 

Caro Giudice, ma ti rendi conto che nostra figlia ha una patologia genetica rara e che ha bisogno di monitoraggi e cure continue e tu ci hai lasciati soli?

 

Lasciamelo proprio dire: se da una parte ti dobbiamo essere grati per averci scelto come genitori di nostra figlia, ogni volta che si presenta un problema mi sento davvero impotente e penso che qualcuno potrebbe aiutarci, ma non lo fa.

 

I bambini come nostra figlia hanno cominciato la loro vita già in salita e tu, caro Giudice, non la rendi più facile”.

 

Una MammaMatta

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