Il termometro segna l’inferno, la burocrazia pure. Arriviamo in comunità con i vestiti incollati addosso per il caldo rovente della città e un’agitazione che si fa sentire. Facciamo un respiro profondo, l'ultimo prima che tutto cambi, e ce lo troviamo davanti. LUI.
Il primo comandamento del manuale di sopravvivenza per genitori adottivi applicato agli adolescenti parla chiaro: guardarlo, ma non troppo. Evitare l’effetto "fari dell'auto sul cerbiatto", evitare l'imbarazzo livello extreme.
Il giudice lo aveva descritto come "alto", ma aveva omesso un dettaglio: è bello da togliere il fiato. Nella mia testa parte istantaneamente un flash forward non richiesto: il bagno occupato per ore, lo specchio monopolizzato e un via vai infinito di ragazze per casa.
L’operatrice della comunità ci stringe la mano, rompendo il ghiaccio burocratico. Di conseguenza stringiamo la mano a lui. Il nostro forse figlio.
Perché la legge lo chiama "abbinamento", il tribunale lo definisce "periodo di prova", e la teoria vuole che sia lui a doverci scegliere, a dover capire se è davvero pronto a resettare la sua vita per salire a bordo della nostra. Per i giudici è un gigantesco, cautissimo punto di domanda. Per noi, quel forse non è mai esistito.
Alle 13:30, con lo stomaco che brontola per la fame e la tensione, decidiamo di giocare la carta universale della diplomazia: la pizza. Il solo nominarla fa passare un luccichio improvviso nei suoi grandi occhi neri.
Ci dirigiamo da soli in un locale sotto la comunità. Un posto decisamente spartano, con le sedie di plastica e i menu plastificati, ma in quel preciso momento anche una bettola avrebbe meritato le cinque stelle della guida Michelin.
All'inizio la conversazione procede a monosillabe. Guardiamo il menù, chiediamo cosa gli piace, incassiamo risposte brevi di chi ti sta chiaramente studiando. Poi, il ghiaccio si rompe. Si scioglie parlando di serie TV e di cantanti della Gen Z di cui ignoro totalmente l'esistenza; io annuisco con lo sguardo convinto di chi è sul pezzo, solo per evitare la figura dell'anziana boomer mentre mio marito parte con le domande sullo sport e parte un dibattito esistenziale su chi sia la squadra migliore. Spoiler: tifano due società diametralmente opposte, sono andati avanti per almeno dieci minuti a punzecchiarsi.
Il pranzo scorre a una velocità illegale. È un tempo fatto di sguardi rubati, noi che lo fissiamo di sfuggita mentre lui guarda altrove, nel tentativo disperato di imprimere ogni singolo millimetro del suo viso nella memoria a lungo termine. E in un attimo, è già ora di rientrare.
Davanti al portone della comunità, capisco che è il momento del tutto per tutto. Quello in cui rischi la dignità.
«Senti ma… ci facciamo un selfie? Ti va?» balbetto, con la voce che vira pericolosamente sui toni di una quindicenne al primo appuntamento. «Un ricordo del nostro primo incontro…»
Lui si gira, fa un sorriso e pronuncia un "certo!" spontaneo.
Giuro che in quel momento mi è sembrato di vedere Alberto Angela sbucare da dietro l'angolo con la telecamera puntata, pronto a sussurrare: “Ed ecco a voi un raro esemplare di adolescente che sorride nel suo habitat naturale”. È stato un sorriso veloce, fugace, ma io l’ho visto. Lo garantisco!
Click.
La verità della fotocamera è impietosa. Da un lato ci siamo noi: sudati, lucidi, chiaramente provati da un collasso emotivo e termico. Dall'altro c'è lui: fresco, perfetto, imperturbabile, come se fosse appena uscito da una pubblicità di Calvin Klein.
Poi un abbraccio veloce. Uno di quegli abbracci rapidi ma profondi, in cui stringi i denti e respiri l'altro, portandoti via l'odore di tuo figlio, di voi, di tutto il futuro che vi aspetta.
Ci rivediamo presto. Nel frattempo, sono già in macchina sulla via del ritorno, e lo schermo del mio telefono ha un nuovo sfondo. Prevedo che, a forza di guardarlo, consumerò i pixel prima di arrivare a casa.
Firmato
Una MammaMatta

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