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Appuntamento al buio (con un appello): quando il cuore fa da navigatore!

 Si può amare follemente qualcuno che non si è mai visto?

Qualcuno di cui conosci solo la storia scritta su un foglio, un fascicolo che hai analizzato con la precisione di un crittografo che decodifica il Codice da Vinci? A quanto pare sì.

Benvenuti nel bizzarro, emozionante e leggermente ansiogeno mondo di chi risponde a un appello di M’aMa.

 

Tutto inizia con una telefonata. Dall’altra parte un giudice ti convoca: c’è un minore, c’è una storia, c’è una possibilità. Hai letto quell’appello così tante volte da saperlo recitare al contrario, hai interrogato Emilia e Karin finché non ti hanno bloccato (o quasi) e, mentre ti ripeti come un mantra "devo riflettere, devo ponderare, devo essere razionale", il tuo cuore ha già firmato il contratto di adozione o affido, ha già arredato la cameretta e ha già immaginato il primo incontro.

 

L’interrogatorio (o quasi)

Arrivi in tribunale dopo una notte insonne passata a ripassare risposte. Hai preparato discorsi motivazionali, analisi pedagogiche e, per non farti mancare nulla, un ripasso di trigonometria. Non si sa mai.

Il giudice mi guarda e mi spara la domanda da un milione di euro: "Perché?" Perché proprio lui? Perché un bambino "troppo" disabile, "troppo" grande, "troppo" complesso? Cosa ti spinge verso questo baratro di follia?

Nella mia testa, il vuoto pneumatico. Cerco la risposta giusta:

• Opzione A: "Perché ho troppo tempo libero".

• Opzione B: "Perché il Tigri e l'Eufrate delimitano la Mesopotamia". (Ottima nozione, ma temo sia irrilevante).

Alla fine, la verità scivola fuori, nuda e cruda: "Perché non c’è un perché. Il cuore ha deciso prima della ragione".

Il giudice scrive, io sudo, e mi chiedo se il "non lo so" sia una risposta socialmente accettabile in un’aula di tribunale. Spoiler: pare di sì, se lo dici con la giusta dose di sincerità negli occhi.

 

La vita in standby

E poi inizia la fase della tortura, meglio nota come "L’Attesa".

Firmate le carte, comincia il periodo in cui il cellulare diventa un prolungamento dell’arto. Me lo porto pure sotto la doccia, che non si sa mai che il tribunale chiami proprio mentre mi sto sciacquando lo shampoo. Ho smesso di fare chiamate per mantenere la linea libera e rispondo a chiunque, inclusi i call center di operatori telefonici molesti, con la gentilezza di una santa.

Chi ha detto che "l’attesa aumenta il desiderio" non ha mai aspettato una chiamata dal tribunale. In quel lasso di tempo, la salute mentale decide di prendersi una vacanza sabbatica: passi dall’ottimismo sfrenato alla disperazione leopardiana nel giro di tre nanosecondi.

Aspetti di sapere se sei tu la scelta per qualcuno che, in fondo, hai già scelto di aspettare.

Ed è un appuntamento al buio in cui, stavolta, speri davvero di essere tu il finale migliore della storia.

Firmato,

Una MammaMatta

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