Aspetti anni e anni per abbracciare tuo figlio.
Fatichi un botto nell’attesa.
E poi, quando qualcosa finalmente succede, succede all’improvviso.
E non capisci più niente.
In questo viaggio rispondiamo prima a un appello, poi a un altro.
Ogni volta “serve la relazione”.
E intanto i nostri servizi ci tengono ancora in ostaggio, da sette mesi ormai.
L’ansia sale.
Le paure pure.
Ma mollare mai.
Quello mai.
Continuiamo a leggere le storie di quei piccoli scriccioli che cercano CASA.
E poi, un giorno — proprio il giorno dell’anniversario di fidanzamento, ormai superato da quello di matrimonio! — durante una pausa in una call:
“Guardiamo gli appelli di Mama?”
Ed eccolo lì.
Lui. Stitch.
La diagnosi dovrebbe essere “grave”.
Ma il nostro cuore dice tutt’altro.
Qualcosa si muove dentro.
È l’amore di mamma e papà che arriva insieme all’ansia, alle emozioni belle, ai dubbi, alle domande che non hanno ancora una forma chiara.
E se…?
“Rispondiamo?”
“Mi fido di te.”
“Anche io di te.”
“Che stiamo facendo?”
Stiamo facendo CASA.
Scriviamo.
Alla mail, poi a una mammamatta, poi a un’altra.
E si aspetta.
Arriva uno stralcio di storia. Leggiamo.
Emozioni intense, cuore in gola…
“Ma veramente così grave?”
“A me non sembra.”
“Mi fido di te.”
“Anche io di te.”
Approfondiamo.
Scriviamo ancora alle mamme matte, stavolta su WhatsApp.
“Abbiamo letto, ma vorremmo saperne di più.”
Aspettiamo.
Sembra facile.
Ma gli appelli sono tanti e le risposte non arrivano subito.
L’attesa sembra secolare, anche se sono passate solo ore.
Intanto Stitch prende forma nel nostro cuore.
Si accomoda proprio lì.
E stai pure: mamma e papà hanno tutto lo spazio che serve.
Passa un giorno e quella notte mamma ti sogna:
papà ti sta cambiando uno degli ultimi pannolini.
Sogno premonitore?
“Ancora nulla… riscrivi tu?”
Ok.
“Abbiamo letto l’appello, vorremmo approfondire. Abbiamo scritto anche a mammamatta E., ma non riusciamo a metterci in contatto.”
La chiamata arrivava come numero di lavoro, etichettato come spam.
Ma la nostra audacia (a volte molesta) supera anche gli ostacoli di Google.
E meno male.
Approfondiamo.
Disdiciamo tutto
e fissiamo con E. una telefonata.
Mammamatta dal cuore grande.
“Non sembra così grave questa diagnosi.”
“Lo dicevamo anche noi!”
“Valutate, approfondite, e vediamo se vi chiamano. Intanto scrivete una presentazione della vostra coppia, chi Siete voi?"
E scrivere di pancia diventa, senza accorgercene, un modo per mettere le emozioni in fila.
La nostra storia prende forma, tra un racconto e una battuta.
Anche per prenderci un po’ in giro. Lo facciamo sempre.
Perché sì, è anche questo il nostro modo di amare in profondità:
non prenderci troppo sul serio.
Poi arriva il caos emotivo dell’attesa.
Come si fa a restare “regolati”?
Il tempo si dilata.
Sembrano gli ultimi giorni di una gravidanza psichica che portiamo avanti da anni.
Anche lì, le ore sembrano settimane.
“Andiamo fuori per il weekend così ci rilassiamo un po’ e magari ci distraiamo.”
Come no.
Le speranze si infilano ovunque:
nelle parole scritte (“avremmo fatto capire chi siamo?”),
nelle foglie a terra (“chissà se coi primi passi ha mai schiacciato una foglia secca…”),
nei silenzi del weekend più lungo di sempre.
E poi, quando non stai più cercando segni…
arriva lunedì.
Una data particolare in famiglia: il compleanno di nonno, di tua cugina e di una zia.
Mentre rido in una videochiamata con la mia amica di sempre e la sua cucciola di cinque mesi…
Il telefono squilla.
La videochiamata si interrompe.
“Signora A? Sono la dottoressa X, dal tribunale di Y.”
Il cuore impazzisce.
Ma è per davvero?
Un colloquio conoscitivo via Teams, fissato il giorno del compleanno del bisnonno, che non c’è più.
Ma l’albero genealogico si sta organizzando per accoglierti?
Se sono briciole di Pollicino dall’universo, noi le raccogliamo tutte
Queste coincidenze ci fanno sorridere.
Vogliamo prenderle come segni belli.
La mano trema, ma prende tutti gli appunti.
Venerdì alle 9:30 via Teams.
“Di mattina?”
“Certo!”
Il cervello è già fuso...
Ritorna la videochiamata e l’amica mi vede in lacrime.
Chiamo mio marito.
Anche lui incredulo.
“Abbiamo aspettato così tanto tempo che ora non sembra vero.”
Quella chiamata ti apre il cuore
e lo riempie ancora di più.
Vi tiene sospesi a mezz’aria,
tra la speranza dell’accoglienza pura
e la paura di non stringere tra le braccia l’amore della vostra vita.
Ma piedi a terra.
È un passo.
Non una promessa.
È un’apertura.
Non sappiamo dove porterà.
Se siamo i genitori giusti per Stitch.
Se è davvero meno grave di quanto possiamo sostenere.
Se era tutto, tutto lì, quello che abbiamo letto.
Ma quando c’è amore, il dubbio cambia forma.
E noi una cosa la sappiamo:
ti sei già fatto casa nel cuore
E per noi, questo è già tutto quello che serve.

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