Io e mia moglie siamo sposati da sedici anni e senza figli.
Dal 2015 siamo iscritti al Tribunale per i Minorenni per l’adozione nazionale, con scadenza nel 2027 dopo diversi rinnovi.
Nel 2021 abbiamo iniziato a fare volontariato in comunità dove abbiamo conosciuto tre fratelli. Abbiamo frequentato molto quei ragazzi e, col tempo, la più piccola si è legata profondamente a mia moglie, fino ad arrivare a chiedere con insistenza alla tutrice di poter essere adottata da noi.
Noi non andavamo in comunità non con l’obiettivo di adottare, ma per portare affetto a bambini in difficoltà. Inoltre avevamo chiesto al Tribunale un bambino più piccolo e non avevamo mai preso in considerazione un’adolescente, tanto meno la possibilità di dividere dei fratelli. Ma quella bambina aveva una forza e una determinazione incredibili nel voler avere una famiglia.
In autunno è entrata a casa nostra in affido preadottivo. Quando ci hanno chiamati non abbiamo avuto esitazioni, pur non conoscendo a fondo la sua storia, che in seguito si sarebbe rivelata molto più complessa di quanto immaginassimo.
All’inizio abbiamo fatto solo due pernottamenti, poi dalle vacanze di Natale non è più tornata stabilmente in comunità, se non per vedere i fratelli e mantenere i contatti con l’équipe. La portavamo regolarmente dalla psicologa e anche a logopedia, perché aveva delle difficoltà di apprendimento. La psicologa ci diceva che parlava e giocava con bambini immaginari, ma lo considerava normale per la sua età.
Abbiamo deciso di lasciarla nella sua scuola di origine per non traumatizzarla, visto che lì c’erano anche i fratelli. A casa nostra sembrava ambientata, anche se notavo una certa freddezza emotiva, come se fosse anaffettiva. Considerando che viveva in comunità dall’età di sette anni, lo interpretavamo come una conseguenza della sua storia.
Io e mia moglie siamo molto diversi caratterialmente: io sono più accomodante e affettivo, mentre lei, cresciuta in una famiglia numerosa e rigida, cercava di darle regole. Con l’arrivo della pubertà e dei primi conflitti, quell’equilibrio iniziale ha iniziato a incrinarsi, anche se in terapia non emergeva nulla di preoccupante.
Lei continuava a dire a tutti che voleva restare con noi per sempre.
Nel luglio del 2023 ha compiuto 12 anni e le abbiamo organizzato due feste, una con la comunità e i fratelli, e una con la nostra famiglia. Ad agosto siamo andati in vacanza a Vieste. Durante quel periodo abbiamo iniziato a notare comportamenti inquietanti: la notte restava seduta sul letto a fissarci, non dormiva, diventava oppositiva e aggressiva. Io, in quella settimana, sono stato anche molto male fisicamente.
A settembre ha iniziato la scuola nella nostra città. All’inizio ha faticato ad ambientarsi, poi ha fatto amicizia con alcuni compagni. Frequentava un doposcuola, ma a scuola raccontava spesso versioni distorte di ciò che accadeva in casa. Inoltre usava il telefono di un’amica per tenere contatti con la famiglia biologica.
Da quel momento sono iniziati problemi sempre più gravi: notti insonni, autolesionismo, scatti di rabbia, amici immaginari. Avevamo già prenotato una visita in neuropsichiatria infantile presso la ASL, ma l’appuntamento ci era stato fissato solo per marzo 2024.
Il 31 ottobre 2023 abbiamo scoperto che aveva rubato oggetti a mia moglie e li aveva regalati a delle amiche. Quando mia moglie l’ha affrontata, la situazione è degenerata e lei ha aggredito fisicamente mia moglie. A quel punto ha fatto le valigie e ha detto di voler andare via.
Il 9 novembre siamo stati convocati in Tribunale. Le è stata proposta una permanenza con noi a condizione di poter frequentare la madre biologica. Noi abbiamo rifiutato, perché quella donna viveva in un contesto gravissimo. Dopo questo, lei ha deciso di lasciare definitivamente la nostra famiglia.
Nei giorni successivi abbiamo vissuto in una situazione di grande tensione e paura, fino a quando è stata trasferita in comunità. Paradossalmente la nuova struttura si trovava a pochi metri da casa nostra.
Da allora è scappata più volte per tornare da noi.
Ha cambiato comunità, ma è sempre rimasta nella stessa zona. Ha avuto due tentativi di inserimento in altre famiglie, entrambi falliti in pochi giorni.
È emerso che da bambina aveva subito abusi.
Una psicologa ci ha detto chiaramente che eravamo stati fortunati, perché avrebbe potuto fare molto male a mia moglie.
Questa esperienza ci ha cambiato profondamente. Io ho iniziato a studiare Scienze dell’Educazione, ho preso attestati professionali e ora lavoro in comunità per minori. Mia moglie ha portato avanti il nostro lavoro e la nostra vita mentre io mi sono dedicato al terzo settore.
Nonostante tutto, la nostra porta per lei è ancora aperta.
Crediamo che il sistema debba cambiare: non basta togliere un bambino a una famiglia e metterlo in comunità. Serve un vero accompagnamento, perché quando questi ragazzi arrivano a 18 anni spesso restano completamente soli.
Noi abbiamo ancora voglia di dare amore, anche nelle situazioni più difficili.

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