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Figli o progetti? L’impatto dell’affido sine die sulla costruzione dell’identità e della genitorialità.

di Viviana Bucciarelli

 

La letteratura sull’attaccamento evidenzia con chiarezza come lo sviluppo di un attaccamento sicuro richieda la presenza di figure adulte affidabili non solo sul piano affettivo, ma anche su quello della continuità, della stabilità e del riconoscimento nel tempo. Per crescere, un bambino ha bisogno di sapere chi sono le persone che si prenderanno cura di lui oggi, domani e nel futuro, e di poter investire nel legame senza il timore che esso possa essere rimesso costantemente in discussione.

 

Nei percorsi di affido sine die, la famiglia affidataria svolge quotidianamente tutte le funzioni genitoriali: accoglie il minore, lo accompagna nella vita di ogni giorno, prende decisioni educative, lo sostiene nei momenti di difficoltà, lo aiuta a costruire competenze e relazioni. Tuttavia, questo esercizio concreto della genitorialità non è accompagnato da un riconoscimento pieno e definitivo del ruolo. La distanza tra la funzione effettivamente esercitata e lo stato giuridico attribuito introduce una fragilità strutturale che attraversa l’intero progetto di vita del minore.

Il bambino cresce percependo che il legame più significativo della sua esperienza affettiva è, per definizione, provvisorio. Anche quando nessuno lo dice apertamente, il messaggio che arriva è chiaro: “questa è la tua famiglia, ma potrebbe non esserlo per sempre”. In questo contesto, il minore si trova a vivere una contraddizione profonda. Da un lato sperimenta cura, protezione, affetto, quotidianità; dall’altro interiorizza l’idea che investire completamente in quel legame possa essere rischioso.

Sul piano emotivo, questo limbo produce interrogativi silenziosi ma persistenti: “Posso fidarmi davvero?”, “Se mi lego troppo, cosa succede se tutto cambia?”, “Chi resterà quando crescerò?”, “Chi deciderà per me quando le cose si complicano?”. Sono domande che spesso non trovano una formulazione esplicita, ma che orientano i comportamenti e le strategie relazionali del minore.

In questo quadro si osservano con maggiore frequenza configurazioni di attaccamento insicuro o disorganizzato. Il bisogno di vicinanza convive con la paura della perdita; il desiderio di appartenere si intreccia con la necessità di proteggersi. Possono emergere iperadattamento, ipercontrollo, oscillazioni tra dipendenza e rifiuto, difficoltà di regolazione emotiva, comportamenti ambivalenti o oppositivi. Non si tratta di mancanza di affetto o di incapacità relazionale, ma di risposte adattive a una condizione di incertezza protratta. L’attaccamento, anziché costituire una base sicura da cui esplorare il mondo, diventa uno spazio fragile, sempre esposto alla possibilità di una nuova perdita.

Questa instabilità si riflette in modo significativo anche sul piano identitario. L’identità si costruisce nel tempo attraverso il riconoscimento di essere figlio di qualcuno, parte di una storia familiare che ha continuità, memoria e futuro. Nei percorsi di affido sine die, il minore è spesso “figlio di fatto”, ma non pienamente figlio sul piano simbolico e giuridico. Non appartiene completamente alla famiglia affidataria, pur crescendo al suo interno, e al tempo stesso non può contare su una famiglia biologica che eserciti una funzione educativa stabile.

Ne deriva una condizione di identità sospesa, segnata da una domanda che resta aperta: “a chi appartengo davvero?”. Questa incertezza non è neutra. Può tradursi in una fragilità dell’immagine di sé, in una riduzione dell’autostima, in un senso di precarietà che accompagna il minore nelle scelte, nelle relazioni, nei passaggi evolutivi. Nelle fasi di maggiore complessità, in particolare durante l’adolescenza, tale fragilità può emergere in modo più evidente, attraverso comportamenti di rottura, acting out, rifiuto delle figure educative o ricerca di appartenenze alternative. Proprio quando il bisogno di riconoscimento e stabilità diventa più intenso, il minore si trova senza un ancoraggio chiaro.

Un nodo centrale di questa condizione riguarda la dimensione della lealtà divisa. Il mantenimento del legame con la famiglia d’origine non è di per sé un elemento negativo. In molti casi, la possibilità di frequentare le proprie origini rappresenta una risorsa importante, contribuendo alla continuità della storia personale e alla comprensione delle proprie radici. Il problema emerge quando questa relazione viene mantenuta in assenza di una chiara definizione dell’appartenenza prevalente.

Quando la famiglia d’origine è stata dichiarata non recuperabile sul piano educativo, ma continua a occupare uno spazio simbolico paritario rispetto alla famiglia affidataria, il minore viene posto in una condizione di ambiguità profonda. Da un lato, la famiglia affidataria è il luogo della vita quotidiana, delle regole, delle scelte, della crescita concreta; dall’altro, la famiglia biologica resta presente come riferimento simbolico che il sistema tende a mantenere, talvolta in forma idealizzata. In assenza di una decisione chiara, il minore è chiamato a tenere insieme appartenenze incompatibili.

Questo conflitto di lealtà ha un costo emotivo elevato. Il bambino può sentirsi in colpa per il proprio investimento affettivo, vivere l’attaccamento alla famiglia affidataria come una forma di tradimento delle origini, oppure percepire il legame con la famiglia biologica come un obbligo. Il rischio più profondo, tuttavia, non è la presenza di due legami, ma l’assenza di una filiazione riconosciuta. Quando non esiste una famiglia chiaramente prevalente, il minore può arrivare a non sentirsi pienamente figlio di nessuno.

Questa ambiguità è rafforzata dalla mancanza di un riconoscimento giuridico della priorità educativa della famiglia affidataria. L’assenza della possibilità di decidere in autonomia sulle scelte fondamentali, senza una costante mediazione istituzionale o il coinvolgimento formale della famiglia d’origine, impedisce al legame di consolidarsi anche sul piano simbolico. Il bambino percepisce che chi si prende cura di lui ogni giorno non ha piena legittimità nel farlo, e questo indebolisce la possibilità di affidarsi completamente.

La sospensione del progetto di vita incide in modo altrettanto significativo sulla famiglia affidataria. Dal punto di vista pedagogico, educare significa assumersi la responsabilità di decidere, orientare, porre limiti, accompagnare nelle crisi. Nell’affido sine die, la famiglia è chiamata a un investimento affettivo totale, ma senza poter esercitare pienamente la responsabilità genitoriale. Questo produce una fragilità profonda del ruolo: si ama come genitori, ma non si può agire fino in fondo come tali.

Nel tempo, questa condizione può generare auto-limitazione educativa, senso di impotenza e logoramento emotivo. Nei momenti di maggiore difficoltà, soprattutto durante l’adolescenza, alcune famiglie arrivano a pensare: “forse non siamo la famiglia giusta per lui”, “forse starebbe meglio altrove”, “forse una comunità sarebbe più adatta”. Pensieri che raramente emergerebbero se il minore fosse riconosciuto come figlio. Qui, invece, il ragazzo viene vissuto, spesso inconsapevolmente, come un progetto educativo che può fallire o concludersi, più che come un figlio con cui attraversare anche il fallimento.

Questa è una differenza strutturale e profonda tra affido e adozione. La genitorialità, quando è riconosciuta, non ha una scadenza e non si interrompe nei momenti di crisi. Un progetto può finire; una relazione genitoriale, per sua natura, no. Quando manca questo riconoscimento, la fragilità del sistema emerge proprio nei passaggi più complessi dello sviluppo, trasformando le difficoltà evolutive in rotture di percorso.

 

L’analisi pedagogica dell’affido sine die mostra come l’indeterminatezza protratta non sia una condizione neutra né realmente transitoria, ma una scelta implicita che produce effetti profondi e duraturi sullo sviluppo del minore e sulla tenuta delle famiglie affidatarie. La sospensione permanente del progetto di vita non tutela il bambino, ma lo espone a una precarietà affettiva e identitaria che contraddice i principi della continuità educativa e del superiore interesse del minore.

Dal punto di vista pedagogico, crescere richiede adulti che possano assumere decisioni chiare e responsabili. Quando il sistema rinvia indefinitamente tali decisioni, mantiene il minore in una condizione di appartenenza ambigua e trasmette un messaggio di instabilità che viene interiorizzato da tutti gli attori coinvolti. In questi casi, non decidere equivale a decidere per la precarietà.

Assumere una responsabilità decisionale non significa negare la complessità delle storie familiari né cancellare le origini del minore. Significa riconoscere che il diritto alla stabilità affettiva, educativa e identitaria richiede una famiglia chiaramente prevalente, riconosciuta anche sul piano giuridico, capace di esercitare pienamente la funzione genitoriale. Solo così i legami di fatto possono trasformarsi in legami riconosciuti, i progetti in percorsi di vita, l’attesa in responsabilità.

In assenza di questo passaggio, l’affido sine die rischia di configurarsi come uno spazio di sospensione permanente, in cui il minore e la famiglia restano entrambi esposti a una fragilità che emerge con forza proprio nei momenti in cui sarebbe più necessario potersi sentire, senza ambiguità, figli e genitori.

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Commenti: 2
  • #1

    elena (venerdì, 23 gennaio 2026 16:36)

    Molto interessante questo articolo , era proprio necessario perché è chiaro che è un problema centrale e , in attesa di decisioni più chiare dei competenti , è da tenere presente come affidatari o aspiranti come me per non trovarci troppo impreparati nella realtà da vivere

  • #2

    M'aMa Dalla Parte dei Bambini (sabato, 24 gennaio 2026 16:31)

    Grazie elena!