di Viviana Bucciarelli- Pedagogista
In un gruppo di genitori adottivi ho letto il messaggio di una mamma che raccontava, con vergogna e pudore, di sentirsi sfinita, sopraffatta e inadeguata dopo l’arrivo del suo bambino, arrivato come neonato e oggi di otto mesi. Colpa e paura attraversavano ogni riga, come se provare quelle emozioni la rendesse indegna, come se stesse tradendo un’immagine di madre impeccabile che aveva costruito durante il lungo percorso adottivo.
Della maternità si parla molto, ma la narrazione sulla maternità adottiva rimane ancora a mio parere, parziale.
E soprattutto resta sommersa una verità fondamentale: la maternità adottiva non è identica a quella biologica.
Ci sono emozioni simili, certo, ma anche differenze profonde.
E negarle è superficiale, ingiusto, persino pericoloso.
La maternità biologica e quella adottiva nascono da due percorsi radicalmente diversi e portano con sé paure e fatiche differenti. Una madre biologica partorisce un figlio che può avere solo lei: senza quella madre, quel bambino non esisterebbe.
Una madre adottiva, invece, sa, nel profondo, che quel bambino avrebbe potuto essere accolto da qualcun altro.
Sa che è stata scelta, e che qualcun altro avrebbe potuto essere “più adatto”, “più pronto”, “più bravo”.
Nei momenti di fatica questo pensiero può diventare una lama: forse un’altra famiglia sarebbe stata migliore di noi.
E poi c’è la consapevolezza. L’adozione non accade mai per caso:
è una scelta ponderata, desiderata, preparata, vagliata da professionisti, confermata, ripensata, attesa, sperata.
Una madre adottiva arriva all’incontro con il suo bambino dopo anni di esami, domande, colloqui, giudizi, formazioni.
Arriva con un immaginario costruito con cura, con un ideale di sé stessa come madre che spesso rasenta la perfezione.
Per questo, quando arriva la fatica, la stanchezza, lo smarrimento, come succede a ogni madre,
la madre adottiva si sente più colpevole, più sbagliata, più ingrata.
Sente che “non dovrebbe” soffrire.
Sente che deve essere solo grata.
Sente che non ha il diritto di lamentarsi.
Perché nella narrazione comune, se una madre biologica è stanca, è comprensibile.
Se una madre adottiva di un neonato è stanca, sembra quasi una bestemmia: ma come, ti sei lamentata? Tu che hai avuto il privilegio raro di un bimbo così piccolo?
Ed è qui che nasce la solitudine più profonda.
Mi permetto allora di dare voce ai pensieri di questa mamma:
“Ho desiderato immensamente diventare madre. Per anni ho camminato su un sentiero fatto di domande, colloqui, attese infinite. Ogni volta mi sono spogliata, ho mostrato fragilità, paure, parti di me che non avevo mai osato guardare davvero.
Mi sono preparata come si prepara un cuore a un terremoto: leggendo, studiando, immaginando, sperando. E tremando.
Perché la paura che questo figlio non arrivasse mai è stata una presenza costante, silenziosa, come un’ombra dietro ogni giorno.
Poi è arrivata la telefonata.
Ricordo ancora il tono della voce, il respiro trattenuto, quella frase che ha spaccato in due la mia vita:
“C’è un bambino. È vostro figlio.”
Un neonato. Un esserino di pochi mesi. Un miracolo, sì, il miracolo raro dell’adozione.
Tutti ci hanno guardati come se avessimo vinto alla lotteria.
E anche noi ci siamo sentiti privilegiati: poter essere lì, all’inizio della sua storia, sembrava un dono enorme.
E dentro di me, quasi senza volerlo, è nata l’illusione che con un bambino così piccolo sarebbe stato tutto più semplice.
Che l’amore avrebbe cancellato ogni paura, che la tenerezza sarebbe stata più grande di tutto.
Ma adesso che lui ha otto mesi…
adesso che lo tengo in braccio e piange e io non capisco cosa vuole…
adesso che le notti si allungano e i giorni si confondono…
sento qualcosa che non avevo previsto.
Una stanchezza che mi svuota, una fatica che mi toglie il fiato, un senso di smarrimento che non sapevo possibile.
E proprio mentre lo guardo, mentre lo amo con un’intensità che mi spaventa, arriva anche l’altra parte.
La colpa.
La vergogna.
Il pensiero che non dovrebbe essere così difficile.
Che io non dovrei crollare.
Perché questo bambino non è nato da me.
Non sono l’unica possibile madre della sua storia.
Lui avrebbe potuto essere affidato ad altri.
Altri che magari sarebbero stati migliori, più capaci, più forti.
E allora quando faccio fatica… quando mi sento sopraffatta…
è come se tradissi non solo lui, ma anche tutti coloro che questa fortuna non l’hanno avuta.
Mi sento ingrata. Indegna.
E così mi dico che non posso lamentarmi.
Che devo essere felice. Sempre felice.
Che chi desidera così tanto un figlio non può provare tutto questo buio.
Ma quando lui piange e io non so come consolarlo…
quando mi sento piccola, fragile, spaventata…
mi attraversa un pensiero terribile: forse non sono la madre giusta.
Forse un’altra donna avrebbe fatto tutto meglio.
Forse lui, altrove, sarebbe stato più felice.
E questo pensiero mi spezza.
Vorrei parlarne con qualcuno, ma la voce mi muore in gola.
Mi guardo intorno: mio marito è felice, innamorato, sicuro.
Gli amici e la famiglia ripetono che siamo fortunati, che questo bambino è un dono immenso.
Nei gruppi di genitori adottivi mi sento fuori posto: come potrei raccontare tutto questo davanti a chi aspetta un figlio da anni o affronta sfide enormi con bambini più grandi?
E così rimango qui.
Con mio figlio tra le braccia, il suo pianto che si mescola al mio.
E un pensiero che non riesco a scacciare:
“Perdonami, amore mio. Sto cercando di essere la mamma che meriti. Ma a volte ho paura di non farcela.”
E questa paura, questa solitudine, questa colpa… pesano più di tutto il resto.”
Questo può essere il vissuto di una mamma che ha adottato, molto simile, ma non identico, a quello di una madre che ha partorito il proprio bambino.
Dare spazio a questa narrazione è fondamentale ma molto difficile: l’adozione di un neonato viene raccontata come pura gioia, come un evento per cui sentirsi grati, e poco spazio viene lasciato al racconto delle fatiche e del senso di inadeguatezza che ogni madre può trovarsi ad affrontare.
Per fortuna, per ciò che riguarda la nascita biologica, sempre più donne si espongono offrendo una narrazione diversa e più completa, che comprende anche fatica, inadeguatezza, solitudine e smarrimento.
Per l’adozione, invece, il racconto predominante resta quello della gioia assoluta: la fortuna, il miracolo, l’idillio del primo incontro.
In alcuni gruppi di genitori si trova uno spazio autentico, capace di accogliere anche le ombre.
Ma la narrazione mainstream resta superficiale e continua a presentare l’incontro tra genitori e figli come un luogo perfetto, senza lasciare spazio alla complessità emotiva.
È allora compito dei professionisti, così come delle donne che ci sono già passate, far emergere anche questo tipo di narrazione, così che chi si trova a vivere queste emozioni non si senta più sbagliata e completamente sola, schiacciata dalla vergogna di non riuscire a provare in ogni momento ciò che si dovrebbe provare.
Non lasciamo sole queste neomamme: costruiamo sin da subito una rete intorno a loro, una rete che possa accogliere ogni fragilità, ogni paura, persino ogni ripensamento.
Non portiamo avanti una narrazione univoca fatta solo di madri felici, grate, performanti.
E non giudichiamo chi ha il coraggio di dire anche l’altra parte della verità.
Aver desiderato immensamente questo figlio non ci rende immuni dalla fatica e dallo sconforto.
Pensare il contrario ci rende solo più fragili e più sole.
Io stessa, oggi che i miei figli sono grandi, conosco ancora quel pensiero antico: che altrove forse sarebbero stati più felici, che avrebbero potuto avere una madre migliore.
Un pensiero che a volte ritorna e apre una voragine dentro.
Ed è proprio per questo che so quanto sia urgente cambiare la narrazione:
per restituire alle madri adottive il diritto di essere umane.

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